Ferrari 1-2-3-4-5 alla 1000 Miglia del 1956: settant’anni dopo

A settant'anni dalla storica doppietta, la Ferrari 290 MM di Castellotti guidò una sfilata di cinque Rosse nei primi cinque posti: Collins, Musso, Fangio e Gendebien completarono un trionfo assoluto su 1.597 chilometri di pioggia.

Sono passati settant’anni, ma la prestazione della Scuderia Ferrari alla 1000 Miglia del 1956 rimane una delle pagine più straordinarie nella storia del motorsport su strada. Quel 29 aprile, sul circuito aperto che attraversava l’Italia centro-settentrionale da Brescia all’Adriatico, fino a Roma e di ritorno, le Rosse di Maranello conquistarono i primi cinque posti assoluti. Un dominio totale, ottenuto su strade bagnate e in condizioni meteo proibitive, contro la concorrenza agguerrita della Maserati.

Punti Chiave

  • La Ferrari conquistò i primi cinque posti assoluti alla 1000 Miglia del 1956, a settant’anni di distanza da quell’impresa.
  • Eugenio Castellotti vinse la gara con la Ferrari 290 MM (numero 548), percorrendo 1.597 chilometri in 11 ore e 37 minuti.
  • La 290 MM era stata sviluppata appositamente per questa gara: V12 da 3,5 litri abbinato a carrozzeria spider Scaglietti.
  • Completarono la cinquina Peter Collins (2°), Luigi Musso (3°), Juan Manuel Fangio (4°) e Olivier Gendebien (5°, vincitore della categoria GT).
  • La vittoria del 1956 arrivò in un momento di svolta: nel giro di poco più di due anni, i primi tre classificati persero la vita in un incidente; un anno dopo, il tragico incidente di de Portago pose fine alla 1000 Miglia nella sua forma originaria.

La Ferrari 290 MM: nata per Brescia

Al centro del successo c’era una vettura progettata con uno scopo preciso. La Ferrari 290 MM portava nel nome la propria destinazione: le lettere “MM” rimandano esplicitamente alla Mille Miglia (qui denominata 1000 Miglia), e Maranello la sviluppò come risposta diretta alle sconfitte patite nel 1954 e nel 1955, quando Lancia prima e Mercedes poi avevano interrotto la striscia di vittorie del Cavallino Rampante. La 290 MM abbinava una carrozzeria spider firmata Scaglietti a un motore V12 da 3,5 litri, segnando il ritorno di Ferrari alla potenza del dodici cilindri dopo un periodo in cui la strategia tecnica si era diversificata.

Accanto alla 290 MM, Maranello schierò anche la 860 Monza, una vettura a quattro cilindri affidata a Peter Collins (numero 551) e Luigi Musso (numero 556). Nel campo GT comparve invece la 250 GT LWB, guidata dal belga Olivier Gendebien. La presenza di un copilota era facoltativa: solo Collins e Gendebien scelsero di averne uno, mentre gli altri piloti affrontarono il lungo tracciato in solitaria.

1.597 chilometri di pioggia e velocità

La partenza avvenne da Brescia il 29 aprile, con le vetture che prendevano quota sull’Adriatico a velocità elevatissime prima di piegare verso Roma all’altezza di Pescara, per poi risalire verso nord nel viaggio di ritorno. Le condizioni meteorologiche resero la gara ancora più selettiva del solito: la pioggia torrenziale abbatteva la visibilità e trasformava le strade pubbliche, già impegnative di per sé, in una serie di trappole per i piloti e le vetture.

La Maserati, avversaria principale secondo i piani di Enzo Ferrari, non riuscì a reggere il confronto. La vettura di Piero Taruffi ebbe problemi ai freni, mentre Stirling Moss, vincitore dell’edizione precedente, finì fuori pista. Le speranze della squadra emiliana si sgretolarono progressivamente, lasciando campo libero alle Rosse. Eugenio Castellotti, al volante della 290 MM numero 548, mantenne un ritmo serrato nonostante il fondo scivoloso, dimostrando una determinazione che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua breve carriera.

Castellotti primo, poi una sfilata di rosso

Al termine dei 1.597 chilometri (992 miglia), Eugenio Castellotti rientrò a Brescia al primo posto in 11 ore e 37 minuti. La 290 MM aveva completato la missione per cui era stata costruita. Dietro di lui, il secondo posto andò a Peter Collins con la 860 Monza, seguito da Luigi Musso con l’altra Monza 860. Juan Manuel Fangio, campione del mondo in carica di Formula 1 e al volante della 290 MM numero 600, chiuse quarto. Olivier Gendebien con la 250 GT LWB fu quinto assoluto e si aggiudicò nel contempo la vittoria nella categoria GT, completando una cinquina memorabile.

Cinque Ferrari nei primi cinque posti: un risultato che andava ben oltre le aspettative di una singola vittoria di tappa, e che ridisegnava la gerarchia del motorsport su strada di quell’epoca. Enzo Ferrari aveva riconquistato la 1000 Miglia con un margine che non lasciava spazio a interpretazioni.

Il crepuscolo di un’epoca

Guardando indietro, quella domenica del 1956 appare come il culmine di un’era destinata a chiudersi presto. Castellotti, Collins e Musso, i primi tre classificati a Brescia, avrebbero perso la vita in un incidente nel giro di poco più di due anni. Un anno dopo la gara del 1956, il tragico incidente che coinvolse Alfonso de Portago avrebbe messo fine alla 1000 Miglia nella sua forma originaria, cancellando dal calendario una delle competizioni più iconiche e rischiose mai disputate.

Eppure, al termine di quella edizione del 1956, nulla di tutto ciò era ancora scritto. La Scuderia Ferrari aveva riaffermato il proprio dominio su una gara che l’aveva vista protagonista fin dagli albori, e la 290 MM aveva lasciato un segno indelebile nella storia dell’automobilismo sportivo. A settant’anni di distanza, la cinquina di Brescia resta un punto di riferimento nella leggenda del Cavallino Rampante: cinque vetture, cinque piloti, un traguardo, tutto rosso.