Ross Brawn: “Michael ha fatto ritrovare il rispetto alla Ferrari”

Ross Brawn ripercorre trent'anni dall'arrivo di Michael Schumacher a Maranello: dal lavoro dietro le quinte, alla strategia di Suzuka 2000, fino al rapporto umano con i meccanici.

Trent’anni fa Michael Schumacher arrivava a Maranello, e da allora la Ferrari non è più stata la stessa. Ross Brawn, l’uomo che più di chiunque altro ha costruito quella macchina da guerra capace di vincere cinque Titoli Piloti consecutivi e sei Titoli Costruttori tra il 1999 e il 2004, torna a parlare del campione tedesco: non solo del pilota straordinario, ma dell’uomo, del leader, del collega che sceglieva di abitare nella palazzina di Enzo Ferrari per restare il più vicino possibile al team. Un ritratto intimo e lucido, filtrato attraverso decenni di collaborazione, fiducia e qualche disputa di troppo.

Punti Chiave

  • Ross Brawn ha lavorato con Schumacher prima alla Benetton (due titoli Piloti) e poi alla Ferrari, dove insieme a Jean Todt e Rory Byrne hanno costruito l’era dominante del Cavallino tra il 1999 e il 2004.
  • Secondo Brawn, il 95% del contributo di Schumacher proveniva dalla fabbrica, dai test e dal lavoro con gli ingegneri, non dalle prestazioni della domenica.
  • La gara che Brawn ricorda come simbolo del loro rapporto è il Gran Premio del Giappone a Suzuka nel 2000, deciso con un margine minimo dopo il pit stop finale contro Mika Häkkinen.
  • Schumacher scelse di vivere nella palazzina di Enzo Ferrari, camminava per la fabbrica, giocava a calcio con i meccanici e ne conosceva i nomi e i compleanni.
  • Brawn chiude con un messaggio ai giovani piloti Ferrari, citando anche la prima vittoria di Lewis in rosso a Barcellona come esempio di momento speciale da custodire.

“Ha riportato un immenso orgoglio all’interno della Fabbrica”

La prima domanda che Ferrari ha posto a Brawn è quella più semplice in apparenza, e la più difficile da rispondere: qual è l’eredità più significativa di Schumacher al team? La risposta dell’ex Direttore Tecnico è netta, quasi sorprendente nella sua sobrietà. Non cita i record, non cita i titoli. Cita il rispetto.

Ross Brawn ha dichiarato: “Michael ha fatto ritrovare il rispetto di cui Ferrari aveva bisogno. Prima della sua era, il successo era atteso, ma non sempre ottenuto. Michael ha cambiato questo presupposto. I risultati ottenuti, e il modo in cui ci è riuscito, hanno riportato un immenso orgoglio all’interno della Fabbrica, e rinnovato il rispetto che la gente nutriva per Ferrari al di fuori di essa. Ha portato la Casa di Maranello ad un nuovo livello e ha restituito a tutti l’orgoglio di farne parte. Se dovessi esprimere in sintesi la sua eredità, sarebbe questa.”

“Il 95% del suo contributo veniva dalla Fabbrica”

Uno dei passaggi più rivelativi dell’intervista riguarda ciò che il pubblico non ha mai visto. La domenica, il pilota. Dal lunedì al sabato, qualcosa di completamente diverso: un lavoratore instancabile, un collega sempre disponibile, un uomo capace di presentarsi in pista senza mai chiedere perché.

Brawn ha spiegato: “Cosa rese così grande il suo contributo lontano dai riflettori? Il 95%. Il pubblico vedeva unicamente ciò che accadeva la domenica. Eppure gran parte del contributo di Michael proveniva dalla Fabbrica, dai test e dal lavoro fatto con gli ingegneri. In quei giorni veniva condotto un numero incredibile di test. Se avevamo un problema, ero solito chiamarlo e chiedergli: ‘Puoi fare un test domani?’ La sua risposta era sempre: ‘A che ora devo essere lì?’ Senza mai alcuna esitazione. Questo atteggiamento ha contribuito enormemente a formare il team.”

Un atteggiamento che si estendeva anche alla vita quotidiana a Maranello. Schumacher aveva scelto di abitare nella palazzina di Enzo Ferrari, una scelta che Brawn considera simbolica e concreta allo stesso tempo. “Amava camminare per la Fabbrica e guardare cosa succedeva. Rory Byrne o io lo accompagnavamo spesso al Centro Stile o al Reparto Motori per mostrargli gli ultimi sviluppi. Voleva davvero capire cosa facevano le persone, amava parlare con loro, le incoraggiava e le faceva sentire coinvolte.”

E poi c’era il rapporto con i meccanici. Brawn lo descrive con una precisione quasi commovente: “Michael aveva origini umili e non se ne era mai dimenticato. All’inizio le persone si sentivano ovviamente intimidite dalla superstar arrivata alla Ferrari, tuttavia lui era incredibilmente alla mano. Giocava a calcio con i meccanici, ne conosceva il nome, spesso conosceva le loro famiglie e si ricordava dei compleanni. Faceva uno sforzo sincero per relazionarsi con tutti perché gli piaceva. Lui stesso era passato attraverso ogni livello e ne era rimasto consapevole.”

“Mr No” e la strategia: Suzuka 2000 la gara simbolo

La partnership tra Brawn e Schumacher non era fatta di consenso automatico. Era fatta di discussioni, di idee filtrate, di un meccanismo di fiducia costruito nel tempo e messo alla prova ogni weekend. Tanto che il pilota aveva trovato un soprannome per il suo Direttore Tecnico.

“Discutevamo parecchio”, ha raccontato Brawn. “Michael aveva migliaia di idee. È incredibilmente intelligente e creativo. Il mio lavoro consisteva nel decidere quali idee dovesse portare avanti e quali no. Alla fine cominciò a chiamarmi ‘Mr No’ perché pareva che ne rifiutassi tante. Ma lo diceva con affetto. L’importante era che continuasse a pensare. Il mio lavoro era semplicemente quello di individuare le idee migliori.”

Quella stessa fiducia era il fondamento della strategia, che divenne una delle caratteristiche più riconoscibili dell’era Ferrari. “Trascorrevamo ore a discutere dei diversi scenari. Non lasciavamo nulla all’improvvisazione. C’erano il piano A, il piano B e il piano C, e Michael era consapevole di tutti. Quella fiducia era essenziale. Il pilota non vede il quadro completo durante una gara, vede la propria vettura, ma non tutte le informazioni che abbiamo ai box. Michael si fidava di noi.”

La gara che per Brawn incarna meglio tutto questo è Suzuka 2000. “La battaglia con Mika Häkkinen era incredibilmente serrata. Dopo il pit stop finale, siamo usciti appena davanti e ricordo che Mika chiese al suo team: ‘Come è stato possibile?’ Tutto doveva essere perfetto e Michael sapeva trarre il massimo dalla vettura esattamente quando serviva. Considerata l’importanza di quella gara e lo stretto margine che avevamo, è quella che ricordo di più.”

Il paradosso Schumacher: aggressività in pista, umanità fuori

Brawn non evita il tema dell’immagine pubblica di Schumacher, quella costruita in parte da episodi in pista che ancora oggi alimentano dibattiti. Lo definisce senza giri di parole “un paradosso”.

“La sua aggressività in pista creò una percezione di lui che non rifletteva sempre la persona che è. Certo, ci furono occasioni in cui ammise di essersi spinto troppo oltre, ma ponendolo in prospettiva con tutto ciò che fece di positivo, si riduce ad una parte insignificante del quadro complessivo. Ciò che la gente non ha mai visto era il suo lavoro dietro le quinte. Non criticava mai il team pubblicamente, ma a livello interno poteva diventare molto esigente. Si capiva quando non era soddisfatto e quando si aspettava una risposta. Tuttavia creava spirito di squadra, non lo distruggeva. Basti ricordare che era arrivato alla Ferrari in un momento non vincente. Era appena diventato Campione del Mondo con Benetton, e avrebbe potuto facilmente rimanere dov’era. Invece decise di cogliere la sfida. Vedeva infatti la Ferrari come un progetto, e voleva contribuire a riportare il team al posto che gli spettava.”

“Ricordo i sorrisi, gli abbracci e la gioia che condividevamo”

L’intervista si chiude con un passaggio dedicato al futuro e al presente, con un messaggio che Brawn rivolge ai giovani piloti Ferrari attraverso il ricordo di Schumacher. E con una citazione che riguarda anche chi, oggi, guida per la Scuderia.

“A godersi l’esperienza con Ferrari perché è qualcosa di molto speciale”, dice Brawn quando gli viene chiesto cosa dovrebbe imparare un giovane pilota dal campione tedesco. “Lewis l’ha vissuta a Barcellona con la sua prima vittoria in rosso. Ricordo quanto è stata speciale la mia vittoria con Ferrari a Monaco. Non bisogna tuttavia lasciarsi sopraffare da Ferrari. Bisogna invece rimanere umili. Parlare con i meccanici, parlare con tutti, mettersi a disposizione. I collaboratori di Ferrari nutrono una passione profonda, e amano i piloti che interagiscono con loro. E soprattutto quelli che si impegnano seriamente. Non esistono sostituti per quello.”

Poi, la chiusura più personale. “Una cosa che Ferrari mi ha insegnato è stata quella di mostrare le emozioni. Essendo inglese, non ero abituato a manifestarle spontaneamente, ma Ferrari ha cambiato questo aspetto. Ho imparato ad abbracciare le persone, a festeggiare, a esternare le emozioni. Quando penso a Michael, ricordo i sorrisi, gli abbracci e la gioia che condividevamo. Ci sono tante foto di quei momenti. Credo di aver detto tanto su chi è Michael, e su cosa quella famiglia Ferrari significa per tutti noi.”

Il ricordo di Brawn è quello di un’amicizia costruita passo dopo passo, tra test in pista, serate in maschera in Svizzera, uscite di pesca e debriefing notturni. Un rapporto che ha attraversato la Benetton, la Ferrari e la Mercedes, e che nessun titolo conquistato o perso ha mai incrinato. Trent’anni dopo, parla ancora da solo.