Petrolio a 107 dollari al barile: benzina e diesel a rischio rincari

Il Brent balza a 107,32 dollari al barile dopo la chiusura di un oleodotto saudita colpito da droni in Iraq, mentre il 17 settembre scade il taglio delle accise: doppia pressione su benzina e gasolio.

Il mercato petrolifero torna a spaventare gli automobilisti italiani. Il prezzo del greggio è nuovamente in forte ascesa, trascinato dalla chiusura di un importante oleodotto in Arabia Saudita colpito da attacchi via drone delle milizie filoiraniane in Iraq, e la tensione nello Stretto di Hormuz alimenta ulteriori timori di interruzioni nelle forniture globali. Con la benzina già a 2,105 euro al litro e il diesel a 2,214 euro al litro al 13 settembre, e il taglio delle accise in scadenza il 17 settembre, la situazione alla pompa rischia di farsi ancora più pesante per milioni di automobilisti.

Punti Chiave

  • Il Brent con consegna a novembre ha raggiunto 107,32 dollari al barile, segnando un rialzo del 2,59%.
  • Il WTI (West Texas Intermediate) con consegna a ottobre si scambia a 102,73 dollari al barile, in aumento del 2,68%.
  • Al 13 settembre, la benzina in Italia costava in media 2,105 euro al litro e il diesel 2,214 euro al litro.
  • Il 17 settembre scade il taglio delle accise sul diesel: gli sconti generalizzati cesseranno, lasciando agevolazioni solo per una platea ridotta di cittadini.
  • La causa immediata del rialzo è la chiusura di un oleodotto in Arabia Saudita a seguito di attacchi drone da milizie filoiraniane in Iraq, aggravata dall’instabilità nello Stretto di Hormuz.

WTI a 102,73 e Brent a 107,32 dollari: i numeri del rialzo

I due principali benchmark del mercato petrolifero globale hanno registrato rialzi decisi nelle ultime ore. Il West Texas Intermediate (WTI) con consegna a ottobre si scambia a 102,73 dollari al barile, con un incremento del 2,68% rispetto alla seduta precedente. Il Brent con consegna a novembre ha invece superato quota 107, attestandosi a 107,32 dollari al barile, in rialzo del 2,59%. Si tratta di movimenti tutt’altro che trascurabili, capaci di tradursi rapidamente in aumenti visibili ai distributori italiani nel giro di pochi giorni.

Il mercato, storicamente sensibile a qualsiasi minaccia alla continuità delle forniture, ha reagito con prontezza alla notizia della chiusura dell’oleodotto saudita. La catena causale è diretta: meno greggio disponibile o trasportabile significa meno offerta a fronte di una domanda sostanzialmente invariata, e il prezzo sale. Più la situazione geopolitica rimane fluida, più i trader tendono ad anticipare gli scenari peggiori incorporandoli nelle quotazioni.

Attacchi drone in Iraq e tensioni nello Stretto di Hormuz

La causa scatenante di questa nuova fiammata è da ricercare in Medio Oriente. Le milizie filoiraniane in Iraq hanno condotto attacchi via drone che hanno portato alla chiusura di un importante oleodotto situato in Arabia Saudita, uno degli snodi più critici per il transito del greggio verso i mercati internazionali. Un’infrastruttura fuori uso, anche temporaneamente, è sufficiente a innescare la reazione dei mercati.

A complicare ulteriormente il quadro, la situazione nello Stretto di Hormuz resta tutt’altro che tranquilla. Quello stretto è uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo: attraverso di esso transita una quota rilevante del petrolio esportato dai Paesi del Golfo Persico. Qualsiasi deterioramento della sicurezza in quell’area alimenta il timore di interruzioni nelle catene di approvvigionamento, spingendo i prezzi ancora più in alto per effetto della speculazione difensiva degli operatori di mercato.

Il 17 settembre scadono le accise: una convergenza preoccupante

Il rialzo del greggio arriva in un momento particolarmente delicato per i consumatori italiani. Il 17 settembre è la data in cui scade il taglio delle accise sul diesel, una misura che aveva garantito uno sconto generalizzato al momento del rifornimento. Dopo quella data, gli sconti non saranno più universali: resteranno agevolazioni mirate, destinate a una platea ridotta di cittadini con specifici requisiti. Per la grande maggioranza degli automobilisti, quindi, il costo al litro tornerà a riflettere il regime fiscale ordinario.

La combinazione tra la fine di questo ammortizzatore e il rialzo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali crea una convergenza preoccupante. I prezzi medi rilevati al 13 settembre, già non economici, rischiano di diventare un riferimento superato rapidamente: la benzina era a 2,105 euro al litro e il gasolio a 2,214 euro al litro, ma entrambe le voci potrebbero muoversi verso l’alto nel breve termine. Vale anche la pena ricordare che il governo guidato da Giorgia Meloni ha nel frattempo avanzato proposte per aumentare l’estrazione di petrolio italiano, nel tentativo di ridurre la dipendenza dalle fluttuazioni del mercato internazionale.

Cosa aspettarsi ai distributori nei prossimi giorni

L’incertezza è al momento la costante più solida. Le quotazioni del greggio sono per loro natura volatili, e un’escalation come quella in atto può rientrare rapidamente così come può accentuarsi. Molto dipenderà dall’evoluzione della situazione geopolitica in Iraq e dall’area dello Stretto di Hormuz: se la crisi si stabilizzerà, il mercato potrà trovare un nuovo equilibrio; se invece le tensioni si intensificheranno, i rialzi potrebbero proseguire.

Per gli automobilisti italiani il consiglio pratico, in questo momento, è quello di non attendere oltre se il serbatoio si avvicina alla riserva: fare il pieno prima del 17 settembre, quando scade il taglio delle accise sul diesel, consente ancora di beneficiare delle condizioni attuali. Nei giorni successivi, il prezzo al distributore potrebbe riflettere sia la fine degli sconti fiscali sia il nuovo livello delle quotazioni internazionali, con un impatto diretto e duplice sul portafoglio di chi si mette alla guida.