F1 | Binotto spietato su Ferrari: «Non vincono dal 2008, perché prenderli a modello?»

Binotto rompe con Ferrari in un'intervista a L'Équipe: «Non vincono dal 2008, perché prenderli a modello?». L'ex team principal ora guida Audi F1 con un piano quinquennale per il titolo.

Una rottura netta, quasi chirurgica. Mattia Binotto ha scelto le pagine di L’Équipe per sancire in modo definitivo la distanza tra sé e la Ferrari, il team in cui ha trascorso quasi trent’anni della sua vita professionale. L’attuale responsabile del progetto Audi F1 non ha usato mezze misure: alla domanda se il suo obiettivo fosse trasformare Audi in una potenza paragonabile alla Scuderia di Maranello, Binotto ha risposto con un sorriso tagliente e una frase destinata a fare discutere a lungo nel paddock. «Perché dovrei farlo? Non vincono nulla dal 2008. Io voglio che l’Audi vinca». Parole che suonano come un atto d’accusa, ma anche come una dichiarazione di intenti per il futuro.

Punti Chiave

  • Mattia Binotto ha dichiarato a L’Équipe che non ha senso prendere la Ferrari come modello, sottolineando che il team non vince il Mondiale Costruttori dal 2008.
  • L’ingegnere reggiano guida oggi il progetto Audi F1, nato dall’acquisizione della struttura Sauber di Hinwil, debuttante ufficialmente nella stagione 2026.
  • Gabriel Bortoleto ha conquistato i primi punti della storia Audi in F1 chiudendo nono in Australia, segnando un debutto positivo per la squadra.
  • Binotto ha evidenziato le differenze culturali tra Ferrari e Audi: in Ferrari si testava senza processi strutturati, in Audi i piani vengono prima di tutto.
  • Il progetto Audi è articolato su un orizzonte temporale preciso: tre anni per costruire le basi, due per consolidare, con l’obiettivo dichiarato di lottare per il titolo mondiale.

Quasi trent’anni a Maranello: la carriera di Binotto in Ferrari

Per comprendere il peso specifico delle parole di Binotto, è necessario ripercorrere la sua storia con la Scuderia. L’ingegnere originario di Losanna, cresciuto professionalmente a Reggio Emilia, ha iniziato la sua carriera a Maranello nel 1995, quando è entrato nel reparto motoristico del team. In quegli anni, la Ferrari stava costruendo le fondamenta di una delle dominazioni più impressionanti della storia della Formula 1: il ciclo di trionfi con Michael Schumacher, che avrebbe portato cinque titoli piloti consecutivi tra il 2000 e il 2004, con Binotto tra i protagonisti tecnici di quell’era d’oro.

Il percorso ascendente all’interno dell’organigramma di Maranello lo ha portato progressivamente a ricoprire ruoli di sempre maggiore responsabilità, fino alla nomina a team principal nel 2019. Una posizione di vertice che ha mantenuto fino alla separazione da Ferrari, avvenuta al termine di una stagione complessa. Un arco temporale di quasi tre decenni che lo ha reso uno dei volti più riconoscibili e rispettati dell’intero paddock della F1, indissolubilmente legato all’immagine della Rossa. Eppure, oggi, quella storia sembra appartenere a un passato lontano.

Il riferimento al 2008: l’anno della beffa di Interlagos

La scelta dell’anno 2008 da parte di Binotto non è casuale né generica: è un riferimento preciso e doloroso per i tifosi del Cavallino. Quell’annata rappresenta l’ultima volta in cui la Ferrari ha conquistato il Mondiale Costruttori, un titolo che accompagnò una delle finali di stagione più drammatiche della storia recente della Formula 1. Sul circuito di Interlagos, in Brasile, Felipe Massa sfiorò il titolo Piloti salvo essere beffato all’ultimo giro dall’allora pilota McLaren Lewis Hamilton, che conquistò il punto necessario per il sorpasso in classifica.

Da allora, nonostante investimenti enormi, cicli tecnici ambiziosi e l’arrivo di piloti di primissimo piano, la Ferrari non è più riuscita a tornare sul gradino più alto del podio costruttori. Una striscia di astinenza che, al momento delle dichiarazioni di Binotto, si avvicina a vent’anni. Una statistica che l’ex team principal conosce meglio di chiunque altro, avendola vissuta dall’interno per buona parte di questo periodo, e che oggi utilizza come argomento per giustificare la sua scelta di guardare altrove.

Ferrari vs Audi: la «cultura dei processi» che Binotto ha trovato a Hinwil

Ma la critica di Binotto non si è fermata ai risultati sportivi. L’ingegnere ha anche tracciato un profilo culturale dei due ambienti di lavoro, evidenziando differenze strutturali profonde che, a suo avviso, spiegano in parte le difficoltà della Rossa. «In Ferrari non esistevano processi: le cose venivano semplicemente testate. Non era necessario un piano per raggiungere l’obiettivo», ha spiegato l’ex team principal. Un giudizio che descrive un approccio empirico e istintivo, tipico forse di una cultura aziendale italiana radicata nella tradizione artigianale dell’eccellenza, ma che secondo Binotto non è sufficiente per dominare la complessità della Formula 1 moderna.

Il contrasto con l’ambiente Audi è, nelle sue parole, netto e rassicurante. «In Audi, invece, con una cultura più tedesca e svizzera, i piani vengono prima di tutto». La sede operativa del team si trova a Hinwil, in Svizzera, cuore dell’ex struttura Sauber che il costruttore di Ingolstadt ha acquisito e sta progressivamente trasformando nel suo avamposto nella Formula 1. Una fusione tra la metodologia tedesca e la precisione svizzera che, secondo Binotto, fornisce le basi culturali giuste per costruire un progetto vincente nel lungo periodo.

Audi F1: tre anni per costruire, due per consolidare, poi la lotta al titolo

Il debutto ufficiale di Audi F1 nella stagione 2026 ha già regalato i primi segnali incoraggianti. Il pilota brasiliano Gabriel Bortoleto, scelto come uno dei volti del nuovo corso, ha chiuso nono nel Gran Premio d’Australia, portando a casa i primissimi punti della storia della scuderia dei Quattro Anelli nella massima serie automobilistica. Un risultato che, per quanto piccolo in termini assoluti, assume un valore simbolico importante per un team ancora in costruzione.

Il progetto di Binotto è strutturato su orizzonti temporali chiari e dichiarati: tre anni dedicati alla costruzione delle competenze e delle infrastrutture necessarie, seguiti da due anni di consolidamento, con l’obiettivo finale di inserirsi nella lotta per il titolo mondiale. Una visione a lungo termine che richiede pazienza, ma che il manager reggiano sembra avere ben chiara in testa. È, in sostanza, l’approccio diametralmente opposto a quello che lui stesso ha descritto come la cultura di Ferrari: non più test improvvisati e istinto, ma pianificazione rigorosa e processi definiti.

Quanto tempo impiegherà Audi per trasformare le ambizioni di Binotto in realtà lo dirà soltanto la pista. Ma le parole pronunciate a L’Équipe non lasciano spazio a dubbi su una cosa: per l’ingegnere che ha vissuto quasi tre decenni sotto il segno del Cavallino, il capitolo Ferrari è definitivamente chiuso. Ora c’è solo il progetto Audi, con i suoi processi, i suoi piani e il suo obiettivo dichiarato — vincere il Campionato del Mondo.