F1, basta inseguire l’auto di serie: «Tornare ai V8 è la svolta»

La FIA ammette l'errore del 50/50 elettrico-termico nelle power unit 2026: Tombazis parla di «ostaggio dei costruttori» e Ben Sulayem promette il ritorno ai V8 entro il 2030-2031.

La Formula 1 si trova intrappolata in un nodo regolamentare di sua stessa creazione, e i vertici tecnici della FIA hanno finalmente ammesso pubblicamente quello che molti addetti ai lavori sostenevano da anni: la scelta di puntare su un apporto elettrico eccessivo nelle power unit del 2026 è stato un errore politico prima ancora che tecnico. Il direttore tecnico del monosoposto Jan Monchaux ha riconosciuto che sarebbe necessario un contributo molto più ampio del motore a combustione interna, mentre il presidente FIA Mohammed Ben Sulayem ha promesso il ritorno ai V8 — con un contributo elettrico ridotto — entro il 2031, o addirittura già nel 2030.

Punti Chiave

  • Il direttore FIA Niklas Tombazis ha dichiarato: «Non possiamo essere ostaggi delle case automobilistiche», ammettendo che il target 50/50 elettrico-termico era troppo ambizioso.
  • Il presidente FIA Mohammed Ben Sulayem ha promesso il ritorno ai V8 con contributo elettrico ridotto entro il 2031, potenzialmente già dal 2030.
  • La benzina ha una densità energetica circa 50 volte superiore a quella delle batterie, rendendo la coppia potenza elettrica-deportanza aerodinamica strutturalmente incompatibile.
  • I carburanti sintetici non immettono nuovi gas serra nell’atmosfera, poiché riutilizzano CO₂ già presente, eliminando la principale giustificazione ambientale per l’elettrificazione in F1.
  • Il legame tecnico tra motorsport e industria automobilistica è destinato a spezzarsi definitivamente, così come accadde tra le corse ippiche e i trasporti.

Il fallimento del 50/50: quando la politica prevale sulla fisica

Il problema alla radice delle difficoltà della F1 con il regolamento 2026 è, secondo gli esperti, sorprendentemente semplice da diagnosticare — e altrettanto semplice da risolvere sul piano tecnico. La vera complessità è politica e filosofica. Niklas Tombazis, direttore FIA per le monoposto, ha usato parole nette: «Non possiamo essere ostaggi delle case automobilistiche». Una frase che vale quanto una confessione pubblica di un errore di prospettiva che dura da anni. Jan Monchaux, direttore tecnico delle monoposto, ha rincarato la dose riconoscendo che l’ideale sarebbe avere un contributo molto maggiore del motore termico alla potenza complessiva della power unit — il che implica direttamente che il target 50/50 imposto dai costruttori era semplicemente troppo ambizioso.

La fisica del problema è chiara: la potenza elettrica e il carico aerodinamico non vanno d’accordo. L’energia necessaria a spingere una monoposto ad alto carico attraverso l’aria è incompatibile con la densità energetica disponibile dalle batterie. La benzina ha una densità energetica circa 50 volte superiore a quella degli accumulatori elettrici. Questo significa che la batteria può erogare un boost potente e immediato, ma non per abbastanza tempo. Il modo più efficiente per sfruttare quell’energia limitata in chiave cronometro è scaricarla intensamente all’inizio dei rettilinei — con tutto ciò che ne consegue: gestione dell’energia in curva, differenziali di velocità inaccettabili tra vetture, situazioni di sorpasso compromesse. Tutti problemi che le prime gare della stagione hanno evidenziato con crudezza.

Le toppe regolamentari e il nodo irrisolto delle qualifiche

I recenti aggiustamenti tecnici al regolamento hanno portato qualche miglioramento, così come ha aiutato il layout favorevole del circuito di Miami — più amichevole per la gestione energetica, proprio come Shanghai nel secondo appuntamento stagionale. Ma la F1 sta semplicemente gestendo il sintomo, non curando la malattia. Il problema strutturale rimane, ed è più evidente che mai in qualifica: il modo più veloce per girare in pista è percorrere porzioni significative del giro lontano dal limite del pilota. Una contraddizione nei termini per uno sport che ha sempre posto la sfida del pilota al centro della sua identità.

Guidare sotto il proprio limite per ottimizzare la gestione dell’energia non è motorsport nel senso tradizionale del termine. È una forma di gestione logistica applicata alla pista, che svuota di senso la competizione tra i migliori piloti al mondo. La promessa di Ben Sulayem di tornare a motori V8 con contributo elettrico drasticamente ridotto entro il 2031 — o addirittura nel 2030 — nasce proprio dalla consapevolezza di questo paradosso, e dalla ritrovata disponibilità politica da parte dei costruttori a riconoscere l’errore.

Il paesaggio politico cambiato e la lezione dei carburanti sintetici

«È vero che il panorama politico è cambiato», ha continuato Tombazis. «Quando discutemmo le attuali regole, le case automobilistiche coinvolte ci dissero che non avrebbero mai più costruito un motore a combustione interna. Ovviamente non è andata così… [ma almeno] siamo andati verso i carburanti sostenibili.» Questa ultima considerazione è, in realtà, il punto più importante di tutta la vicenda. I carburanti sintetici — che siano di origine biologica o prodotti artificialmente — costano tra le 12 e le 15 volte di più rispetto a quelli derivati dalla perforazione petrolifera. Ma questo, come sottolineano gli analisti del settore, conta relativamente poco per uno sport con la struttura di costi e i ricavi della F1.

Inoltre, non è una condizione permanente. La produzione di carburanti sintetici è destinata a crescere di scala — e l’impulso a farlo non è mai stato così forte come dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto di tutto il petrolio mondiale. All’aumentare della produzione, il costo scenderà. E soprattutto: con il carburante sintetico non si immettono nuovi gas serra nell’atmosfera. Si riutilizza semplicemente la CO₂ già presente nel ciclo. Sì, la produzione richiede grandi quantità di elettricità e la rete elettrica non è ancora abbastanza verde per una produzione pulita su larga scala — ma questo è un problema dell’industria automotive, non della F1, che ha bisogno di quantità relativamente piccole e può produrle in modo completamente pulito, seppur a costi elevati.

La separazione inevitabile tra motorsport e industria dell’auto

Il quadro che emerge è quello di un divorzio tecnico annunciato tra la Formula 1 e l’industria automobilistica. A lungo termine, è evidente — e lo è da tempo — che il motorsport sarà inevitabilmente disaccoppiato dall’automotive sul piano tecnologico. La destinazione finale dell’automobile sembra essere quella del veicolo completamente elettrico e a guida autonoma: un oggetto tecnologicamente e concettualmente lontanissimo da una monoposto da corsa.

Peraltro, come nel caso di aerei e navi da carico, ci sono settori interi per i quali la trazione elettrica pura è strutturalmente inadatta. Una nave portacontainer con batterie pesanti quanto il carburante necessario per il viaggio dalla Cina all’Europa faticherebbe letteralmente a uscire dal porto prima di scaricarsi completamente. I voli a lungo raggio con batterie dalla densità energetica 50 volte inferiore agli idrocarburi liquidi sono ugualmente impraticabili. Le corse automobilistiche appartengono alla stessa categoria: il motore a combustione interna, alimentato da carburanti sempre più puliti, rimane la soluzione tecnicamente corretta.

L’analogia storica più calzante, secondo questa visione, è quella tra le corse ippiche e i trasporti: un tempo connessi, oggi mondi del tutto separati, ognuno con la propria logica e il proprio pubblico. Il motorsport può — e deve — percorrere la stessa strada.

Accettare questa separazione è, in definitiva, la chiave per la salute a lungo termine della categoria. Il ritorno ai V8 con minima componente elettrica, atteso per il 2030 o il 2031, potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per la F1: una in cui i piloti tornano a guidare al limite per tutti i giri, in cui la sfida sportiva riprende il sopravvento sulla gestione delle risorse energetiche, e in cui lo spettacolo ritrova quella purezza competitiva che ha sempre rappresentato il cuore del Circus. La domanda che rimane aperta, però, è se fosse davvero necessario attraversare l’esperienza del 2026 per arrivare a questa consapevolezza — o se la risposta non fosse già scritta nelle leggi della fisica.